Intro
In estremo ritardo eccomi qui ad adempiere a quanto mi avete proposto!
Purtroppo il ritmo di vita palestinese e le sue connessioni internet sono un po’ diversi dai nostri!
La mia prima piccola e personalissima pillola di Palestina si intitola “dove sono“. Ho pensato di collocarmi geograficamente, raccontando un po’ del lungo viaggio per arrivare qui e un po’ dei luoghi visitati. Le prossime saranno “con chi sono” e allora racconterò meglio delle persone meravigliose che sto avendo l’onore di conoscere qui.
Come conclusione ho deciso di citare una donna palestinese che per me è l’immagine della Palestina.
Ho selezionato delle foto che ho fatto con il cellulare e la mia macchinetta fotografica non professionale. Non sono il massimo, però descrivono un pezzetto di ciascuno dei posti di cui racconto.
Ultima cosa, ma non ultima per importanza: non comparirà il mio nome. Sono un orgoglioso pezzetto di Comunidade altrove. La mia firma per questo piccolo diario sarà Emme.
Non è stato semplice scrivere. Fosse stato per me avrei continuato a cancellare e riscrivere per giorni, spero che sia comprensibile. A mia discolpa posso dire: molte buone intenzioni, molta rabbia, molta emotività.
Nel mentre, un abbraccio a tutti dal posto del sole,
Emme
Report n° 1: Dove sono?
Sono a Gaza. Un posto che si affaccia su quel Mar Mediterraneo che conosciamo tutti. Ci sono arrivata con un volo Roma-Tel Aviv. L’aeroporto di Tel Aviv ha quanto di più sfavillante un aeroporto possa offrire. Attraversato da flussi infiniti di gente a qualsiasi ora del giorno e della notte viene controllato dai soldati e da un esercito di addetti alla sicurezza ventenni o poco più. Camminano con i badge che gli ciondolano dalle tasche dei jeans e con le ricetrasmittenti sempre in mano, pronti a segnalare la prima anomalia. Al suo ingresso troneggia il busto di David Ben Gurion, il padre della patria, colui che nel 1948 ha proclamato lo stato di Israele, affermando di aver ricevuto questo mandato direttamente da Dio.
Arrivo ai controlli di sicurezza. In qualsiasi altro posto prevedono una sbrigativa sbirciatina al passaporto, ma Israele è il posto in cui un normale controllo si trasforma in un interrogatorio. Ragioni di sicurezza, appunto. Vogliono sapere come mai si sta entrando in Israele e per quanto tempo si ha intenzione di restare. Arrivano a chiedere dettagli sulla famiglia, gli amici, lo studio, il lavoro e il tempo libero. Soprattutto vogliono sapere se si conoscono “persone che vengono da paesi vicini”. Le parole “Palestina” e “palestinesi” non vengono pronunciate, mai. Passata questa fase si ha il visto turistico della durata di tre mesi.
Dopo circa un’ora di macchina sono al valico di Eretz, uno dei tre ingressi per la Striscia di Gaza.
Le luci e i confort dell’aeroporto hanno lasciato spazio ad un panorama arido: un grande edificio di vetro che assomiglia ad una stazione di autobus svuotata. Un nuovo controllo: bagagli, passaporto, visto israeliano e permesso per entrare a Gaza. Un permesso che mi è stato rilasciato dopo una lunga trafila burocratica per la quale ho dovuto comunicare anche i nomi di genitori e nonni. La soldatessa israeliana ripassa svogliata tra le mani tutti i miei documenti, mi chiede senza guardarmi cosa ci sto andando a fare. Ha, però, l’insolita gentilezza di chiedermi se può timbrarmi il passaporto, un’accortezza mai vista che accolgo subito facendomi timbrare un post-it. Questo mi permetterà di avere meno problemi ai controlli successivi. Arrivo al primo tornello, un altro momento di attesa. Un signore palestinese davanti a me ha una borsa in una mano e con l’altra insiste a spingere le sbarre di ferro del tornello, rigidamente chiuse. Vorrei spiegargli che la luce rossa soprastante indica che non si può passare. Ma anche se sapessi l’arabo, sarei forse capace di spiegarglielo? Sarei capace di dirgli perché non è ancora il momento di tornare a casa? O come mai è qualcun altro a decidere quando premere il bottone per far scattare il verde e permettergli di andarsene?
Realizzo che gesti per cui io non ho nessuna considerazione qui assumono importanza. Gesti come camminare verso casa, salire in macchina, prendere l’autobus sono sostituiti da parole come controllo, attesa, tornello e perquisizione. Quando scatta il verde il tornello immette in un corridoio lungo due chilometri e chiuso ai lati da una rete.
Attraverso la rete si può vedere il muro alto, le torrette di controllo, il filo spinato, le telecamere. Il secondo controllo è quello dell’Autorità Palestinese, ancora passaporti, visto, lasciapassare, l’immagine di un gigantesco Arafat alle spalle. Tutto liscio.
Ultimo controllo è Hamas. Le poliziotte perquisiscono il bagaglio, aprono la valigia, infilano le mani fra i vestiti e i flaconi di prodotti. Toccano tutto e non trovano nulla e poi aspettano che mi venga consegnato il lasciapassare.
Arriva la guida palestinese che accompagnerà il nostro gruppo per tutta la permanenza a Gaza. Lui è il nostro “Benvenuti a Gaza”. Siamo entrati nella più grande prigione a cielo aperto che esista. Un lembo di terra ampio appena 365 km quadrati, per una popolazione di 1,8 milioni di persone.
Ci porta in macchina fino a Jabalia, dove si trova la nostra ONG. Vediamo la Palestina dal finestrino: le insegne, le luci, i grandi portoni di ferro, le cisterne d’acqua sui tetti, i generatori di corrente, i mastodontici pali dell’elettricità, i carretti con la frutta o il ferro vecchio trainati dai cavalli e dagli asini, le donne con la spesa, le donne coi bambini, i bambini in bicicletta, le urla e la vita del mercato per strada. Un posto dilaniato, ma bellissimo. Comunque.
Nei primi giorni giriamo la Striscia da un capo all’altro.
Andiamo al Nord, a Beit Hanoun e Tuffah, una zona vicina al confine Israeliano dove un artista tedesco insieme ad uno palestinese ha disegnato degli occhi di bambino sui muri. Per arrivarci passiamo all’interno di Shujaiyyah, attraversiamo ciò che è rimasto dopo i 51 giorni di bombardamento dell’estate scorsa.
Non scendiamo nemmeno dalla macchina. Il panorama è un fermo immagine di distruzione, come se qualcuno avesse stoppato un video. I soffitti penzolano ancora dai muri portanti e sembra debbano cadere da un momento all’altro.
Dei tre miliardi di fondi previsti per la ricostruzione di Gaza dopo l’operazione “Margine Protettivo” dell’estate scorsa, è arrivato solo il 27%.
Andiamo ad Abasan al Kabeera, una zona al sud-est di Gaza, al confine con Israele.
Dalla stradina polverosa, al di là dei piccoli cumuli di spazzatura che compaiono in mezzo alla terra arida e alle rovine di vite vissute non troppo tempo fa, si scorge in lontananza una linea di orizzonte verde. La rigogliosa Israele che a pochi passi continua la sua vita, come se l’orrore dell’estate scorsa non ci fosse mai stato. Appena vicino a questo luogo suggestivo ci sono delle costruzioni dilaniate.
I ferri del cemento armato come artigli, le case si intuiscono dai loro scheletri. Si capisce che erano delle costruzioni massicce, con più piani e molte vite. Coloro che ci abitano invece non ci sono più. I sopravvissuti, sono al di là della strada. Sono le comunità beduine che vivono in dei container donati dall’Organizzazione Human Appeal, caldi, scomodi e con delle infiltrazioni di umidità che rendono molle il pavimento sotto i piedi. Le donne siedono tutte insieme attorno ad un tavolino vicino all’unico presidio medico, garantito dall’organizzazione Red Crescent Society. Ci sorridono e indicandoci la borsa chiedono dollari. Nonostante ci siamo sistemate le sciarpe come hijab sulla testa, per dare meno nell’occhio e per avere più rispetto del loro mese sacro del Ramadan, non passiamo inosservate. Siamo internazionali venuti a curiosare, a rubare i sorrisi sdentati dei loro bambini con le nostre macchine fotografiche. Non portiamo soldi, non portiamo nuove case, non portiamo cibo, né medicinali. Portiamo occhi che guardano, inorridiscono, ma poi sono costretti ad andare via.
Andiamo a Rafah, zona a sud al confine con l’Egitto. Lo scenario si ripete. Case bombardate accanto a quelle abitate.
Alcuni bambini hanno costruito un’altalena usando ciò che è rimasto della porta di una casa. Le stradine strette si rincorrono fino ad arrivare ad una strada più ampia, al termine della quale ci sono i tunnel. Possiamo andarci perché accompagnati da un ragazzo che abita nella zona. La striscia di Gaza è blindata ormai dal 2007. L’economia è finta, poiché poggia quasi interamente sugli aiuti umanitari. L’embargo è una situazione per la quale è Israele a decidere cosa debba entrare e in quali quantità.
I tunnel sono delle diramazioni sotterranee a 40 metri di profondità, periodicamente bombardati da Israele. Attraverso passa di tutto, tant’è che nessuno sa stimare la precisa quantità di beni che vengono importati. I crolli sono continui e continue le ricostruzioni. Dopo l’estate scorsa sono pochi i tunnel ad essere ancora in piedi.
Andiamo anche al mare, dove i bambini giocano sulla spiaggia. La spiaggia dove il 16 luglio di un anno fa, 4 bambini come loro sono morti per un azione dell’esercito israeliano che scambiandoli per combattenti di Hamas non ha esitato a fare fuoco. Azione per la quale Israele si è in questi giorni autoassolto giustificando che “in nessun momento durante l’incidente, [quelle figure umane] erano state identificate con dei bambini”.
Passeggiamo al porto dove sono attraccate le barche dei pescatori a cui non è permesso andare oltre le tre miglia dalla costa, pena il fuoco “difensivo” della marina israeliana. Anche i contadini devono tenersi lontani dal confine di terra con Israele. Non hanno accesso alla buffer zone, un cordone “difensivo” che occupa per due chilometri il territorio palestinese e che essendo zona militare rende inaccessibili i suoi campi coltivabili.
Giriamo Gaza City e i campi profughi. Le voragini nelle pareti coperte con i tappeti, i bambini che giocano a nascondino fra le macerie, qui è tutto pronto, mancano solo le infrastrutture di base. Manca per esempio la corrente elettrica. Tutti gli edifici sono muniti di un generatore di corrente perché l’elettricità è presente solo per otto ore al giorno. Manca una rete idrica e fognaria adeguata, l’acqua corrente arriva dal mare dove arrivano anche gli scarichi di Palestina e Israele. I vari progetti che l’autorità palestinese per l’acqua ha studiato in partenariato con US AID, UNRWA, UNICEF e Cooperazione Internazionale di vari paesi, stentano a partire. Gli attacchi ravvicinati di Israele che solo dal 2008 ad oggi ha condotto tre offensive contro la Striscia (Piombo Fuso del 2008-2009, Colonna di Fumo del 2012 e Margine Protettivo del 2014), costringono ad un riadattamento dei progetti, per sopperire ai nuovi danni causati dai bombardamenti.
Eppure a Gaza c’è il sole, come dice un bambino di uno dei documentari che ho guardato. Girando per le strade e per le case mi ricordo sempre di Fatma, una contadina conosciuta in un villaggio vicino a Betlemme l’anno scorso. Paragonava i palestinesi alle piante di ulivo, dicendo che “bisogna sradicarlo dalla terra per farlo morire”. Interrompeva ogni tanto il suo lungo racconto dicendomi:
“ma noi resistiamo, perché questa è la nostra terra.”
Gaza, luglio 2015
Emme

















