Comunidade in Gaza – Perda, resistenza e sole – 2

Continua il reportage di Emme, un orgoglioso pezzetto di Comunidade altrove.

 In questo secondo appuntamento Emme ci racconta dei suoi incontri, delle persone con le quali condivide questo tempo palestinese, racconta di bambini, polvere, capriole, macerie, sogni. Ancora di perda, resistenza e sole.

Report n° 2: Con chi sono

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Sono con i bambini di Gaza, quelli della scuola Salam che l’Organizzazione REC (Remedial Educational Centre) ha costruito per loro. Una scuola nata in una delle aree più povere di Gaza: Jabalia. Il REC è nato per occuparsi dei bambini che hanno particolari difficoltà di apprendimento ed è riuscito ad inserire i suoi programmi nelle scuole affinché anche a questi bambini non manchino tutti gli strumenti essenziali per una normale crescita.

A partire dagli Accordi di Oslo del 1994 è l’Autorità Palestinese, tramite il Ministero dell’Istruzione ad occuparsi del sistema scolastico in Palestina che rappresenta anche la più ampia fetta di servizio pubblico offerto. Questo sistema educativo è composto di due cicli scolastici: quello primario comprende la scuola elementare (bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni) e la scuola secondaria (età fra gli 11 e i 15 anni) e un secondo ciclo di due anni che si conclude con il Tawjihi (il diploma), e poi prosegue, eventualmente, con l’esame per entrare all’università. A Gaza ci sono 621 scuole: 34 delle quali sono private, 214 gestite dall’UNRWA. Le restanti sono scuole governative.

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I bambini di Gaza sono chiassosi come gli altri, curiosi di fronte agli obiettivi delle macchine fotografiche, amano farsi immortalare con le dita strette in segno di vittoria. Giocano a rincorrersi in mezzo a ciò che resta delle case, si nascondono dietro le mamme o i fratellini più grandi. L’infanzia a Gaza è un duro lavoro.

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Secondo i dati dell’UNRWA il tasso di mortalità infantile, ovvero la percentuale di bambini che muoiono sotto l’anno di età, nel 2013 è salita del 22.4%. La mortalità neonatale, ovvero i bambini al di sotto delle quattro settimane di vita, è pari al 20.3%. Il direttore del programma sanitario dell’UNRWA ha dichiarato che un tale aumento non si era mai verificato.  La mortalità infantile è un parametro utilizzato per misurare le condizioni sanitarie di un paese. A Gaza diventa uno specchio terribile delle condizioni in cui versa la popolazione locale. Perciò assedio vuol dire che Israele non permette l’ingresso di alcuni medicinali essenziali, quanto riesce ad arrivare dalla Cisgiordania copre tra il 5 e il 7% del fabbisogno della popolazione. Tra i medicinali che faticano ad entrare ci sono anche antibiotici e vaccini. Le ripetute azioni militari degli ultimi 7 anni, giusto l’età di un bambino, hanno lasciato sul territorio metalli pesanti e sostanze altamente nocive. A ciò si aggiunge l’inquinamento del mare che bagna Gaza, nel quale vengono scaricate le acque fognarie di tutta la Palestina e di Israele, rendendo il 90% dell’acqua inquinata. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, le falde acquifere di Gaza saranno completamente inutilizzabili già all’inizio del 2016. L’impossibilità di far entrare i materiali di ricostruzione rende inattuabile un progetto di riorganizzazione della rete idrica e fognaria finanziato dall’Unione Europea che sarebbe dovuto partire già nel 2008.

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I bambini che incontro disegnano razzi che colpiscono le case e pioggia che cade dalle nuvole, uomini quadrati con fucili in mano, famiglie sorridenti, grandi fiori e grandi bandiere sui tetti. Scrivono che amano giocare e odiano i rumori forti e la gente che parla a voce troppo alta. I grandi con cui parlo di loro, mi dicono che i bambini di oggi hanno disimparato a sognare. Un papà mi racconta di quando sua figlia di 4 anni gli ha chiesto: “e se i soldati arrivano tu sei forte abbastanza?”.

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Il numero delle persone che soffrono di traumi psicologici è raddoppiato dopo l’ultimo conflitto. Circa il 42 % di essi sono bambini al di sotto dei 9 anni. Alcuni di loro non mangiano bene, altri non dormono e altri ancora hanno evidenti difficoltà linguistiche.

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Gli psicologi con cui parlo mi dicono che lavorare sul trauma a Gaza è diverso che in altri posti. Qui il trauma non si risolve. Si lavora tutti, grandi e piccoli, non solo sulla resistenza, ma anche sulla reazione. Sulla capacità di trovare negli aspetti negativi la forza motrice per andare avanti, senza farsi abbattere dalle intemperie. Ma la guerra non è una catastrofe naturale. Per chi come me è nato in una certa parte del mondo, la guerra vuol dire morte. È qualcosa che appartiene al passato, vissuta da altre persone. I bambini palestinesi invece muoiono martiri. Disegnano uccellini sui carri armati. Vanno alle manifestazioni contro la costruzione dei muri. Ballano alle feste per la liberazione dei prigionieri politici. Negli anni passati si pensava che lasciarli al di fuori di tutto questo fosse meglio, ma poi si ritrovavano tutti insieme, tra bambini, senza un grande che li aiutasse a contare i minuti che passano prima che tornino i genitori.

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A Gaza la guerra è un accadimento della vita. Chi ha visitato Abasan al Kabeera il giorno dopo il bombardamento di Israele dice che tra le case distrutte la notte prima svettava una bandiera palestinese. I ragazzi del Gaza Parkour usano le macerie delle case per fare capriole e salti da veri acrobati.

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Sono giovani e avidi di sapere cosa c’è al di là del muro, cosa si dice nel resto del mondo. Così in uno dei soliti pomeriggi svogliati hanno scoperto il Parkour, una disciplina di allenamento nata in Francia negli anni ’80. Hanno pensato che avrebbero potuto farlo. Corrono per le rovine, saltano dai palazzi in costruzione. I muri smettono di essere barriere e diventano dei trampolini per fare capriole in aria. Il cimitero in cui si allenano non è un luogo di silenzio e fiori, ma una palestra di gioco che possono usare per migliorarsi costantemente fino a portare due di loro in Giappone ad una competizione mondiale di Parkour.

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Anche i ragazzi del primo circo di Gaza hanno imparato tutto da internet. Hanno pensato che la giocoleria costasse poco anche se i clown non portano aiuti umanitari e non costruiscono case che verranno distrutte il giorno dopo. Eppure per tutti i 51 giorni di bombardamenti dell’estate scorsa hanno approfittato di ogni singolo momento di tregua per girare gli ospedali e le aree più povere e colpite, per portare la loro distrazione.

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Per strappare i sorrisi a tutti quei bambini che hanno passato molte notti nei cortili delle scuole e sulle strade. Quando i loro sogni venivano interrotti bruscamente dal telefono. Il papà risponde ed una voce registrata avvisa che fra qualche minuto la loro casa verrà bombardata, è meglio uscire fuori tutti. Talvolta è una voce vera a chiamare, per avvisare che ci si è dimenticati di qualcuno nel palazzo. Tutti a correre nel frastuono per fare più in fretta dei minuti di preavviso che passano. Tutti giù per terra e cascano le bombe. I vetri che si infrangono, la polvere che copre tutto e i papà che dovrebbero proteggerli cominciano a piangere anche loro.

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Allora sognare diventa un’impresa ed è per questo che un papà mi dice che quello che insegna al figlio è sognare di nuovo. Lo educa a pensare che domani arriva e che potrà diventare il dottore che cura, lo scienziato che scopre, il muratore che costruisce, l’elettricista che porta la luce e il clown che fa ridere i bambini.

Sono a cena con alcune famiglie. L’iftar è la cena che rompe il digiuno nei giorni del Ramadan. La famiglia deve essere seduta a tavola tutta assieme quando dalla moschea c’è il richiamo della preghiera all’imbrunire. In quel momento tutti mangiano un dattero e bevono dell’acqua fresca e poi la cena può cominciare. La tavola imbandita è una gioia per gli occhi e un sollievo per lo stomaco. La mamma distribuisce il pane e tutti mangiano dallo stesso piatto.

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Vado da Mona e Karim. Vivono a Beit Hanoun, vicino al confine con Israele, al nord. Mi fanno accomodare nella sala. Siedo su una grosso divano accanto alla finestra senza vetro. Mona, sorella maggiore di Karim, mi spiega che il vetro non c’è dallo scorso anno, quando la scheggia di una bomba l’ha fatto cadere, colpendo la parete della casa e spappolando il piede di Karim.

Vado da Nidal. I suoi genitori mi accolgono sorridenti nella loro casa di Rafah, a sud, al confine con l’Egitto. Mi mostrano le case bombardate tutte intorno alla loro, le voragini sui muri. Mi mostrano dove è stato colpito Nidal che scappava. La parete gli è crollata addosso costringendolo a trascinarsi sulle braccia in cerca di una via d’uscita. Mi mostrano la ferita: una foto sfuocata di cellulare, in cui si intravede un corpo disteso in un letto d’ospedale, poi il dito scorre sulla successiva immagine: il rosso netto e preciso di un foro insanguinato.

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Nidal e Karim sono tra i pochissimi a cui l’anno scorso è stato concesso di uscire dalla Striscia per curarsi. Parlo col medico della Red Crescent Society di Khan Younis, un area della periferia sud di Gaza. Mi spiega come tutte le strutture ospedaliere presenti si siano concentrate sulla gestione dell’emergenza, ma siano completamente sprovviste di altri servizi ospedalieri più specifici. Il centro di Khan Younis è nato nel 1995 e si occupa della riabilitazione che avviene attraverso due canali: quello ospedaliero, tramite dei trattamenti riabilitativi fisici e quello sociale che avviene nelle aule della scuola con educatori e psicologi specializzati. Tuttavia le strutture presenti nella Striscia, 25 in tutto, non sono in grado di garantire alcune cure mediche, perciò per alcuni casi è necessario rivolgersi alle strutture presenti in Cisgiordania, qualora non ci sia disponibilità, si passa agli ospedali di Gerusalemme e solo in ultimo agli ospedali esteri. Il tutto richiede un rapporto medico dettagliato ed una richiesta formale che deve essere inoltrata alle autorità israeliane. Questo genere di burocrazia può durare anche mesi e ciò rende impossibile qualsiasi intervento nei casi di urgenza. Una delle strutture che l’anno scorso hanno accolto i feriti di Gaza è l’Arab Society for Rehabilitation a Beit Jala (Betlemme). La selezione dei pazienti non avviene in base alla gravità clinica del caso, ma secondo le “ragioni di sicurezza”, le stesse con le quali Israele motiva tutte le sue politiche, comprese le azioni militari sulla Striscia di Gaza, come quella dell’estate scorsa.

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Nidal e Karim sono fra le poche persone che hanno ottenuto il permesso per se stessi e i loro padri di andare a Betlemme (solo a Betlemme). Quando si ottiene il permesso per Gerusalemme, esso vale unicamente per la permanenza in ospedale. Ciò significa che non ci si può spostare per la città in alcun modo. Quando si tratta di minori, come nel caso di Nidal e Karim, non è scontato che il permesso venga concesso anche al genitore. Perciò quando Karim è dovuto andare in Slovenia per impiantare la protesi del suo piede è andato da solo.

Israele, quale forza occupante, secondo la legge internazionale e precisamente secondo l’articolo 56 della IV Convenzione di Ginevra, riguardante la Protezione dei Civili in tempo di guerra, dovrebbe assicurare il mantenimento della salute pubblica e dell’igiene. Dovrebbe garantire un livello di vita dignitoso. Dovrebbe.

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Il centro palestinese dei diritti umani (Palestinian Centre for Human Rights – PCHR) da oltre vent’anni raccoglie informazioni e dati su tutte le violazioni dei diritti umani in Palestina. Questi documenti rappresentano il materiale essenziale delle cause legali contro i crimini di guerra di Israele che analizza tutti i casi per mezzo del Military Advocate General (MAG). Il MAG è un organo di consulenza e controllo interno al Ministero della Difesa israeliano, che svolge un compito di difesa e consulenza legale nei confronti dell’esercito stesso. Il fatto che il MAG detenga il doppio compito di svolgere le indagini e difendere l’esercito, permette a quest’ultimo di fugare ogni responsabilità in sede legale. Gli permette di lavarsi le mani dei morti che durante e dopo i vari conflitti hanno bagnato di sangue la terra palestinese, come dice una canzone rap cantata da uno dei bambini che ho conosciuto. Una delle tante canzoni che parlano di libertà, di resistenza e che ripetono sempre:

 “Ma noi resistiamo, perché questa è la nostra terra.”

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Emme

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