La Turchia sta mettendo sotto assedio le città kurde, sta uccidendo uomini, donne e bambini compiendo un vero e proprio GENOCIDIO. Il presidente turco Erdogan ha invaso la Siria per attaccare i kurdi – che hanno difeso e liberato KOBANE dall’ISIS – con la protezione, e quindi la complicità, di NATO, Stati Uniti, Unione Europea e dello stesso governo italiano. Quindi anche della Sardegna.
La storia di R, ci racconta dell’identità del popolo Kurdo nel ricordo di una giornata in cui, almeno per 24 ore, era possibile celebrare la speranza e la libertà.

Ai giorni d’oggi è difficile scegliere di non essere qualcosa, è altrettanto difficile non dare una definizione alle persone. Mi hanno domandato se sono un fotografo ma non ho studiato fotografia, sono stato definito freelance ma fare informazione non dev’essere per forza una professione. In alcuni casi è solo un dovere morale.
Mi è stato chiesto di raccontare il mio viaggio in questo pezzo di mondo che è il Kurdistan, piccolo ma grande nella sua storia, sconosciuto per tanti e non riconosciuto dai più.
Il Kurdistan è una regione geografica divisa in 4 stati, l’Iraq, l’Iran, la Siria e la Turchia, ognuno dei quali con una storia bellissima, triste e piena di guerra, dolorosa e con un fortissimo odore di spezie. Sono stato a marzo e a luglio del 2015 quest’anno nella regione mesopotamica del Kurdistan turco, costeggiando il Tigri sono arrivato fino alla Siria e alla città simbolo di Kobane ma senza addentrarmici troppo. La prima volta come osservatore e la seconda con una delegazione istituzionale sarda.
A differenza di ciò che in tanti credono i curdi sono estremamente pacifisti, non vogliono l’indipendenza ma cercano un riconoscimento dai vari stati in quanto etnia presente in quei territori. Per capirci, parlano una lingua diversa e hanno una loro religione politeista che si chiama mazdeismo, oramai soppiantata dall’islam. Da oltre 50 anni, curdi e militanti del movimento di resistenza (conosciuto come Partito dei Lavoratori o PKK) vengono arrestati e uccisi se parlano in curdo o se utilizzano i colori della loro bandiera; dai 3 ai 5 anni di prigione sono previsti inoltre a chi inneggia al leader storico Ocalan (rinchiuso in galera da 16 anni) o a chi balla le danze tradizionali. Solo da settembre 2014 questa popolazione è balzata agli onori della cronaca per la coraggiosa liberazione dall’Isis dei territori del Kurdistan siriano, il cosiddetto Rojava.
E’ tornata la guerra
Dall’anno scorso sono però cambiate molte cose, purtroppo nessuna novità ma solo un ritorno a momenti già vissuti. Il processo di pace tra Kurdi e Turchi è stato completamente disintegrato a causa di una nuova ondata di violenze scatenata dal lupo grigio Erdogan. Egli ha infatti iniziato un coprifuoco da circa 3 mesi in una trentina di città del sud est della Turchia, con l’obiettivo di contrastare il “terrorismo” interno. La sua è probabilmente una scelta legata al timore dei votanti di quella regione; è qui che il partito filo-kurdo HDP ha stravinto facendogli rischiare di perdere la maggioranza assoluta dapprima nelle elezioni presidenziali del 7 giungo e successivamente in quelle tenute il 1° novembre del 2015.

- Diyarbakir 2015. La città dalle piazze un tempo affollate ora è deserta perchè da 80 giorni vige il coprifuoco. Iniziano a scarseggiare cibo, acqua corrente e un intero quartiere è stato distrutto
Da 80 giorni la gente muore negli scantinati dove cerca riparo dalle bombe mentre i militari al di sopra distruggono le case. Cizre, Nusaybin, Idil, Diyarbakir sono solo alcune delle cittadine che hanno visto imposto l’ordine di non uscire dalle proprie abitazioni, di giorno e di notte. Nonostante in casa non ci sia più cibo, acqua, energia elettrica, pane. Centinaia di morti in questi giorni si sommano alle migliaia di vittime degli ultimi 93 anni, risale infatti l 1923 il Trattato di Losanna tramite il quale il Kurdistan ha smesso di essere considerato dagli stessi firmatari del Trattato di Losanna (1920) come un’area degna di una propria autonomia. Ma stavolta la responsabilità è anche nostra: la Turchia fa infatti parte dei paesi NATO, cioè l’organizzazione internazionale che ha suggellato il proprio diritto all’autodifesa con l’aiuto di tutti gli altri stati membri.
Siamo complici perché la Sardegna detiene il 60 % delle basi italiane di esercitazione militare che affittiamo a chiunque ne faccia richiesta e di cui anche i turchi hanno fatto spesso uso, anche nel 2015. La Turchia sta commettendo un vero e proprio genocidio, ha da poco invaso il territorio siriano rendendosi protagonista di una guerra con lo scopo di annientare l’area kurda del nord della Siria, proprio dove sta Kobane e dove risiedono coloro che hanno insegnato al mondo intero che l’Isis non era indistruttibile. La Turchia è quello stato che – ad Istanbul in aeroporto – ha bloccato a me, e ai miei compagni di viaggio, 2 valigie di medicinali perché dirette ai campi profughi dei kurdi siriani. La Turchia è quello stato che riceve 3 miliardi di euro dall’Europa per arginare il problema immigrazione ma che spara a vista se qualcuno varca il confine. La Turchia è uno stato dove la libertà di stampa è in grande crisi, dove muoiono e spariscono attivisti, giornalisti, uomini e donne che lottano per i diritti e l’uguaglianza. La Turchia è un paese dove si susseguono gli attentati dei fondamentalisti, usati dalla presidenza come motivazione per incrementare le repressioni verso l’intera popolazione kurda.
La paura
Ogni 21 marzo, a Diyarbakir – maggiore città ad estrazione curda – si festeggia il più grande capodanno, chiamato Newroz e arrivato alla sua edizione numero 2167. Io e gli altri osservatori internazionali arrivammo presto quella mattina. Non avevo chiuso occhio perché la sera prima giunse la notizia che ad Hasakah, città appena oltre il confine, morirono 52 persone in un attentato kamikaze rivendicato dall’Isis. Sapevo che in quella piazza, quel giorno ci sarebbero state oltre 2 milioni di persone a chiedere al mondo di avere uno spazio e i miei pensieri correvano insicuri, spaventati. Il piazzale era gremito. La giornata era zeppa di interventi di politici locali, di canti e balli prima che qualcuno leggesse il messaggio di Ocalan, trascritto ogni anno in carcere dai suoi più stretti collaboratori.
Dopo i primi controlli di sicurezza perdetti i miei compagni di viaggio, troppo caos, calca e nuvole nere in arrivo.
Fu in quel momento che realizzai di essere circondato da quelli che l’Europa e il mondo definiscono da oltre 50 anni “terroristi”. Il PKK è questa gente, il partito è il vicino di casa, l’AK47 è dentro ogni dimora. Presi un respiro, cercando di guardare tra le centinaia di migliaia di teste. Almeno uno sguardo conosciuto, una mano tesa. Sperai inutilmente. Niente. Avevo davanti a me la più lunga giornata della mia vita ed ero circondato da “terroristi”. Iniziai a scattare foto nella speranza di immortalare alcune delle centinaia di kamikaze pronti a uccidermi. Ero certo che un italiano facesse gola e io ero già cotto arrosto.
Presto sopraggiunse la pioggia a lavare le mie paure e pensai che forse non sarebbe stato un giorno così pericoloso. Un attimo dopo ne ebbi la conferma. La gente ballava e sorrideva, nessuna barracca di fine serata su cui apposentare i gomiti e le sensazioni distorte, solo gente sobria e felice. Mi resi conto che quelle persone solo per un giorno potevano parlare il curdo, usare la loro bandiera o gridare biji seroc Apo (libertà per lo zio, riferendosi ad Ocalan). Nessuno di loro era intenzionato a perdere un solo secondo con me: avevano 24 ore per sentirsi liberi, e dovevano sfruttarle tutte. Ero circondato da orde di gente tremendamente contente di esistere per qualche ora, prima di tornare nell’ombra di despoti e tiranni. Capii in fretta che l’ultima cosa che potessero farmi in quel momento era torcermi un capello.

Quella sera fui l’ultimo a tornare al punto d’incontro precedentemente deciso nel caso in cui ci si fosse perduti tra la folla. Ero bagnato fradicio, infreddolito e pieno di fango, ovunque. La mia lezione di vita di quel giorno valeva più dell’influenza più feroce e mi sentivo sereno. Una proporzione ch
e ripristina velocemente le priorità. Spariscono le cazzate e resta solo una gran voglia di spiegare a chiunque quanto siamo fortunati.
Ho scelto un piccolo episodio delle mie giornate in Kurdistan. Quello che io reputo il più rappresentativo ma soprattutto la vicenda che più di ogni altra mi ha regalato lo schiaffo più meritato. Ero io il primo a pensare che fossero tutti “terroristi”. Ero io il primo a non aver capito che quella giornata era per loro l’urlo più forte, la volontà di dimostrare una prepotente voglia di costruire una pace duratura.

Quest’anno il Newroz non si festeggerà nei territori del Kurdistan turco. Il coprifuoco non permetterà di celebrare l’unica festa all’anno che permette ai kurdi di sentirsi tali. Tanto meno ci saranno delegazioni internazionale a osservare i risvolti, il divieto straordinario di uscire durante le ore diurne e serali non permette l’ingresso degli stranieri nelle città. Si svolgeranno comunque in tantissime città nel mondo manifestazioni di solidarietà contro la drammatica situazione in cui versa la popolazione kurda.
Alle ore 17:00 del 26 febbraio a Cagliari una manifestazione promossa da RETE KURDISTAN- SARDEGNA partirà da P.zza Costituzione e inizierà una serie di appuntamenti del mese di marzo volti a celebrare il capodanno kurdo – che si terrà come ogni anno intorno al 21- anche qua da noi.
Fintzas sos Curdos sunt COMUNIDADE!
Venerdì 26 Febbraio 2016 alle 17:30 a Cagliari si terrà
La Manifestazione contro l’assedio in Kurdistan
la prima di una serie di iniziative organizzate per mobilitare l’opinione pubblica a sostegno del Popolo Kurdo
