Genova anno zero – il racconto di una militante

Paola Sedda,  sostenitrice del progetto di Comunidade di cui condivide le pratiche di costruzione politica e le basi programmatiche, ci regala, a 20 anni di distanza, uno sguardo lucido e emozionale sul G8 di Genova

A vent’anni, pensare che un altro mondo è possibile non è solamente uno slogan, è una
prospettiva credibile per la quale vale la pena lottare.

Avevamo ragione

Il 19 luglio del 2001, non potevamo restare a casa, uscire con gli amici, studiare, leggere o dormire. Erano i giorni del G8 di Genova. I settori contestatari erano allora stati pervasi dall’ondata no-global. Inaugurato dai sollevamenti di Seattle in occasione della conferenza dell’OMC nel 1999, il movimento dei movimenti era cresciuto, inglobando sensibilità e organizzazioni diverse in vari punti del pianeta. In un momento storico in cui la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica sembravano aver definitivamente sancito la supremazia del nuovo ordine capitalista globale, si era alzata una voce, potente, massiva, per gridare che esisteva un’alternativa. Il movimento denunciava la legge del profitto (“people before profits”), lo sfruttamento e la precarizzazione del lavoro, il divario tra il Nord ed il Sud del mondo, la distruzione dell’ambiente e delle culture autoctone.

Le tematiche e le rivendicazioni erano tanto varie quanto lo erano le anime che componevano l’universo no-global: partiti, sindacati, autonomi, movimenti, centri sociali, disobbedienti, associazioni e organizzazioni culturali, umanitarie, religiose, femministe, ecologiste, figure intellettuali o semplici cittadini. In Italia, il movimento era riuscito a colmare il vuoto che aveva lasciato la sinistra extraparlamentare dopo la fine degli Anni di Piombo. Il nuovo soggetto collettivo si costituiva inoltre in opposizione alla destra neoliberale del magnate dei media Silvio Berlusconi, appena giunto al potere con l’alleato di estrema destra.

Il movimento no-global era una polifonia che aveva tentato di suonare la fine del capitalismo neoliberale e l’inizio di un nuovo mondo. Il Social Forum si contrapponeva infatti al Global Forum nel contesto del quale i capi di Stato dei più potenti paesi del pianeta si riuniscono per prendere decisioni capitali in materia di politica economica globale. La linea la conosciamo ormai a memoria perché è rimasta esattamente la stessa ma oggi sappiamo con certezza che avevamo ragione. Allora cercammo di far scattare l’allarme per scuotere le coscienze, avevamo l’impressione di trovarci di fronte a un momento cruciale; pensavamo di avere la capacità e la forza di impulsare una trasformazione radicale. Su questo, purtroppo, ci sbagliavamo.

La liberalizzazione del mercato economico e finanziario su scala globale ha provocato un processo progressivo di ristrutturazione economica che oggi pare irreversibile. L’entità del disastro umano, sociale, ecologico e climatico legato da tali scelte è incalcolabile. Il peso della concorrenza delle merci a basso costo prodotte da imprese multinazionali attraverso lo sfruttamento della manodopera nelle economie emergenti provoca dei fenomeni strutturali di deindustrializzazione e disoccupazione nei paesi detti occidentali. La globalizzazione economica e finanziaria ha investito tutto. Il suo ethos e la sua logica di accumulazione dominano ormai in ogni luogo e sfera della vita sociale. Il neoliberalismo non è solo una politica economica o un’ideologia passeggera, è una norma esistenziale generalizzata che stabilisce ovunque un principio di funzionamento basato sulla competizione. Invita le popolazioni a entrare in conflitto fra di loro per il controllo dell’economia, piega i rapporti sociali alle logiche del mercato, trasforma l’individuo e rimodella la soggettività1. Ovunque, allevamenti e monocolture intensive distruggono suolo, tradizioni ed economie locali. Le scelte produttive sono dettate unicamente dalla domanda solvibile e non dai bisogni essenziali delle popolazioni. Le pratiche di consumo alternativo, equo-solidale lo si chiamava allora, permettono ormai un allargamento e una differenziazione dei settori del mercato che continua a produrre su larga scala ma comunica e commercializza in modo personalizzato.

Interna all’Antropocene, la terribile pandemia che stiamo vivendo ha avuto il merito di rivelare in maniera chiara le conseguenze di questo modo di produzione: la deforestazione e l’urbanizzazione selvaggia hanno provocato la distruzione degli ecosistemi e favorito la trasmissione virale dagli animali selvaggi all’uomo.

1 P. Dardot e C. Laval (2019), La nuova ragione del mondo, Critica della razionalità neoliberista, Derive Approdi.

Il mondo secondo i no-global

Vent’anni fa, le persone che sono scese in piazza a Genova chiedevano un cambio di rotta radicale. Denunciavano l’illegittimità dei pochi a decidere della sorte dei molti, gridavano “Un altro mondo è possibile”. Un mondo retto da principi di uguaglianza, cooperazione, giustizia e solidarietà, realizzati attraverso una democrazia reale che viene dal basso. Essere no-global significava opporsi alla logica del capitalismo neoliberale in tutte le sue forme e manifestazioni, opporsi alla mercificazione del lavoro e dell’individuo, al neocolonialismo mascherato da globalizzazione culturale, alla predazione sistematica delle risorse naturali, al razzismo, all’imperialismo e alle oppressioni del sistema patriarcale. Essere no-global significava rifiutare la vulgata della «globalizzazione» celebrata come un meccanismo spontaneo di incontro fra culture, come liberalizzazione delle singole espressioni culturali nella piazza del mercato globale2.

Anche su questo avevamo ragione: la libera concorrenza non genera automaticamente spazi per tutti, non genera un’uguale partecipazione politica e un’uguale espressione delle identità collettive nello spazio pubblico globale ma è all’origine di un sistema asimmetrico e di esclusione in cui la sola apparizione possibile è quella che si conforma alle logiche del consumo. Come ci ricorda la critica dell’imperialismo ormai dismessa, alcune culture dominano e diffondono i loro prodotti e i loro modi di vita mentre altre periscono o si trasformano in folclore, anch’esso prodotto dalla logica di reificazione globale. Benché qualcuno voglia farci credere che non ci sono regole, esiste un’unica regola, quella del più forte. È lui a stabilirla ed è lui nel contempo il principale beneficiario. Gli altri cercano di restare a galla, di far sopravvivere una visione del mondo diversa, che aspira ad essere alternativa, contro-egemonica.

Ci eravamo quasi riusciti. La critica multidimensionale della globalizzazione capitalista era un’architettura discorsiva potente nella quale convergevano idee, proposte, sensibilità, tradizioni e repertori di lotta vecchi e nuovi. Quella fase di elaborazione della critica sociale è stata estremamente produttiva e ha lasciato molte tracce che resistono ancora oggi. Alcuni identificano un filo conduttore nelle lotte che dai no-global giungono alla primavera araba, a Occupy Wall Street, agli Indignados, ai Gilets Jaunes o ancora ai movimenti recenti dell’America Latina. Tutti questi sollevamenti popolari contestano il neoliberalismo a partire dall’esperienza vissuta nei diversi contesti nazionali: critica della supremazia della finanza sull’economia reale, delle organizzazioni internazionali, delle élite economiche e politiche, del modello democratico borghese ormai esangue o ancora dello smantellamento e della privatizzazione dei servizi pubblici. L’insieme delle rivendicazioni e delle pratiche sperimentate dai no-global permeano il campo dei movimenti sociali contemporanei che agiscono, tuttavia, in modo frazionato, settoriale, discontinuo. Si reclama ancora una giustizia globale, climatica, sociale ed economica; si propone ancora oggi di limitare lo strapotere della finanza, di tassarne le transazioni, di controllare le GAFAM.

Cosa allora non ha funzionato? Com’è possibile che un progetto di emancipazione potente e condiviso da vasti settori in lotta si sia disaggregato rapidamente, trasformandosi in una proposta altermondialista innocua e ormai quasi sistemica?

Una prima risposta intuitiva potrebbe essere questa: non eravamo preparati alla repressione. Non ci eravamo organizzati per resistere alla violenza dello Stato e dei suoi apparati di difesa e riproduzione dell’ordine capitalista.

2 A. Mattelart (1994), La comunicazione-mondo, Il Saggiatore.

La paura di non tornare a casa

Quel giorno, decidemmo di recarci a Genova ignorando i consigli dei nostri familiari che ci supplicavano di non partire. Non volevamo restare a guardare, non volevamo farci intimidire dal clima di paura e di terrore che aleggiava nel paese.

Non volevamo essere “il peso morto della storia”3, quelli che stanno a guardare, indifferenti, mentre une minoranza agisce, si mette in gioco. Come tutti i ventenni, eravamo convinti di avere ragione.

Così, prendemmo il primo treno per Genova con uno zainetto a testa e poche cose indispensabili per dormire fuori e non patire la fame. Durante il viaggio, discutemmo come sempre di politica, delle manifestazioni passate, del governo Berlusconi appena insediato, delle idiozie sugli attentati e cercammo di immaginare cosa avremmo trovato nella capitale ligure. Avevamo seguito le vicende di Seattle, Göteborg, Praga. Qualche mese prima, le manifestazioni e le guerriglie urbane che si erano prodotte a Napoli in corrispondenza con il summit sul digital divide avevano riportato in Italia un clima da guerra civile. Un anno prima, avevamo partecipato in prima persona alle proteste bolognesi contro l’Ocse. Già allora, infatti, le segnalazioni, le violenze delle forze dell’ordine e il divieto di spostamento in certe zone della città erano stati dei segnali premonitori che avevano stimolato in noi la volontà di rivolta.

Quando arrivammo in prossimità della città di Genova, però, l’aria cominciò a farsi pesante e non era solo a causa del caldo. Ci fecero scendere prima della stazione di destinazione e dovemmo quindi ricorrere ad altri mezzi per ritrovare i punti di incontro. Arrivammo in una città surreale che non conoscevamo. La paura iniziò allora a farsi sentire ma eravamo tanti, eravamo uniti e assolutamente pacifici. I blocchi delle forze dell’ordine erano dappertutto, migliaia di agenti erano stati dispiegati in tutti i punti della città. Pensai subito che la guerra e le occupazioni militari dovevano somigliare a quello scenario. Il vasto dispiegamento di forze dell’ordine era così impressionante da dare l’illusione che a Genova ci fossero due eserciti contrapposti: uno, attrezzato, armato e monocolore, e l’altro, disorganizzato, quasi completamente disarmato e variopinto.

Era estremamente difficile raggiungere il corteo o qualsiasi altro luogo rassicurante. Camminavamo a tentoni chiedendo informazioni ma ci scontravamo continuamente con le inferriate e le barriere impenetrabili che indicavano la zona rossa. Genova era una sorta di carcere a cielo aperto, un labirinto angusto e angosciante che rendeva gli spostamenti difficili. Ci sentimmo meglio quando riuscimmo a raggiungere il corteo, la musica, i canti, il calore del sole e della gente. Eravamo tantissimi, venuti da molte parti del mondo con i nostri partiti, sindacati, collettivi, organizzazioni o semplicemente con la nostra testa. L’atmosfera era solidare, gioiosa, travolgente. Entrammo in mezzo alla folla come se fosse il nostro riparo, il nostro rifugio. La sera ci ritrovammo come tantissimi altri a piazzale Kennedy ed assistemmo ad una trasmissione in diretta presentata da Gad Lerner che fu però interrotta dalle proteste del pubblico dei presenti, cioè noi, i no-global. Ero una studentessa di comunicazione e ricordo aver provato una sensazione di ebrezza quando vidi che la piazza aveva oscurato i mass media non tollerando di essere rappresentata, inquadrata, incanalata da giornalisti o commentatori professionisti. La voce del movimento non doveva essere raccontata dagli apparati di comunicazione dominanti. Nel 2001, non esistevano i social network e l’uso di Internet non era ancora massivo ma era un periodo di sperimentazione in cui emersero delle esperienze importanti nel panorama dei media alternativi tra cui Indymedia costituisce certamente un caso emblematico. Avevamo tutti un telefonino cellulare che, pur non disponendo del potenziale comunicativo degli attuali smart-phones, permetteva di far passare le informazioni in maniera veloce e più orizzontale. Dotava ogni singolo individuo di uno strumento di amplificazione del suo pensiero e della sua esperienza che poteva comunicare rapidamente alle sue reti sociali. La capacità di comunicazione e di informazione dal basso sono state delle tematiche cruciali per il movimento. Spegnere la TV costituiva quindi un gesto politico e simbolico importante. Ci addormentammo al suono di percussioni e risate, sull’asfalto inospitale di quell’enorme piazzale, almeno, è cosi che lo ricordo. Non dormimmo tanto, fummo svegliati molto presto dal suono assordante degli elicotteri che giravano ininterrottamente sopra le nostre teste. Rapidamente il sogno del Genova social Forum si trasformò in un incubo. Gli eventi cominciarono ad accelerarsi a partire da quel momento. Il 20 luglio del 2001 è stata una delle giornate più lunghe e più difficili della mia vita.

Ancora non sapevo che, nel bene e nel male, quel giorno avrebbe segnato profondamente la mia vita. Genova ha sancito il mio divorzio definitivo con le istituzioni della democrazia borghese. Ho capito cosa significava la definizione weberiana di «monopolio legittimo della violenza», ho capito quanto fosse importante l’apparato repressivo e la gestione centralizzata dei mezzi di comunicazione per garantire l’ordine sociale, per riprodurre i rapporti di dominazione e far tacere le forme di resistenza. Ho capito anche che uno Stato di un paese civile che si considera democratico e avanzato, e i cui rappresentanti siedono accanto ai «grandi» del pianeta, può essere capace delle peggiori barbarie e ha il potere di renderle normali, giustificabili o invisibili.

3 A. Gramsci (2011), Odio gli indifferenti, Chiarelettere editore srl, Milano.

Quello che ho visto

Il 20 luglio 2001, a Genova, ho visto il black bloc distruggere tutte le vetrine e i locali del lungo mare davanti ai blindati della polizia che osservavano la scena, immobili, a solo qualche metro di distanza. Ho visto il blocco marciare unito, ho visto i singoli tirare pietre contro il cordone delle forze dell’ordine per poi dileguarsi nella folla. Ho ascoltato la testimonianza delle violenze subite dalle attiviste della rete Lilliput a piazza Manin. Ho assistito alla carica del corteo dei disobbedienti in via Tolemaide; ho respirato gas lacrimogeni altamente irritanti che mi impedivano di vedere dove correvo quando vi erano pericolosi movimenti di folla. Ho visto un militante sindacalista che poteva essere mio padre farsi percuotere violentemente sul capo dopo aver tentato, invano, con le mani alzate, di negoziare la fine delle violenze con la linea dei blindati. Ho visto manifestanti scappare all’impazzata per i vicoli della città. Ho visto ragazze e ragazzi piangere disperati con il volto coperto di sangue. Ho gridato con tutta me stessa «Assassini!» dopo aver appreso la notizia sconvolgente dell’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Avevo dimenticato il suo viso. Per anni non ho più voluto sentir parlare del G8 di Genova e di quello che era accaduto. Ho smesso di leggere, di litigare, di guardare filmati, di seguire le inchieste. Avevo dimenticato il volto di Carlo. Quel volto che era diventato per noi un simbolo. Avevamo il nostro martire, avevamo un’icona della nostra lotta e della sua repressione violenta. Rivederlo ha generato una forte emozione e ha fatto riaffiorare in me tutti i ricordi. Non l’ho mai visto dal vivo ma ho camminato accanto a lui, condiviso lo stesso ideale, contestato lo stesso potere capitalista e autoritario. Guardando quel viso, sono ritornata lì, in quel punto esatto in cui, in mezzo alla folla, ho saputo che un ragazzo era stato ammazzato da un colpo di arma da fuoco. Uno di noi, uno che, come noi, non era riuscito a restare a casa.

Riprendemmo il treno e restammo in silenzio durante tutto il viaggio di ritorno. Solo in seguito apprendemmo del massacro alla scuola Diaz dove si trovava la redazione di radio GAP. Solo dopo ci informarono sugli atti di tortura e di umiliazione subiti dai manifestanti nel carcere di Bolzaneto. Non ho l’intenzione di ritornare sulle questioni legate alle responsabilità politiche, né di produrre un resoconto delle vicende giudiziarie e processuali. Scrivo per denunciare il sentimento di profonda ingiustizia che provo da vent’anni.

Abbiamo subito in prima persona un’esplosione di violenze, di soprusi, privazioni delle libertà democratiche e dei diritti umani. Sognavamo un mondo diverso e ci hanno risposto che era impossibile. In pochi giorni, gli apparati dello Stato italiano hanno dispiegato il loro arsenale militare, diplomatico e informativo, hanno cancellato i nostri sogni, deriso e calpestato le nostre idee, reso invisibili le nostre proposte e obliterato ogni forma di cambiamento.

Il G8 di Genova ha chiuso un capitolo della storia militante. Hanno vinto perché al posto di discutere del fenomeno della globalizzazione, ci siamo ritrovati a parlare di poliziotti e di manifestanti, di proiettili deviati e di carabinieri alle prime armi. Ci hanno chiesto di giustificare la nostra azione, il perché ci eravamo ritrovati lì, il perché della “nostra” violenza. Hanno ridotto la nostra lotta contro il neoliberalismo ad una guerriglia urbana effimera. Non era contro i carabinieri che ci battevamo. Avevamo osato erigerci contro un sistema globale di sfruttamento dell’uomo e del pianeta, contro tutte le forme di ingiustizia sociale, contro il debito vergognoso imposto ai paesi poveri; contro le organizzazioni internazionali e il loro potere anti-democratico. Loro erano 8, noi 6.000.000.000. Eppure abbiamo perso.

Ho capito che non si trattava solo di un episodio, di un’eccezione, di un banale errore di applicazione degli ordini o di una questione di impreparazione. Nel periodo successivo, abbiamo assistito al dispiegamento di una strategia mirata a garantire l’impunità dei colpevoli e la costruzione di una legittimità per i loro atti ignobili e persecutori. I dibattiti erano diventati assurdi. L’attenzione era rivolta sistematicamente sulla violenza del nostro campo, la violenza di chi non ha armi né mezzi per proteggersi, di chi ha unicamente la scelta di alcune azioni eclatanti delle quali però non riesce a controllare la pubblicizzazione.

Perché abbiamo fallito

Oggi sappiamo che è impossibile pensare di poter cambiare il mondo unicamente facendo convergere diverse anime del movimento sociale verso un obiettivo comune. Mentre noi cercavamo nuove forme organizzative, di azione, deliberazione e comunicazione, i vertici architettavano tattiche di repressione e diffamazione. Contrariamente al nostro, il loro progetto era chiaro e strutturato. La grande forza del movimento, la sua composizione multiforme, era, infatti, nello stesso tempo la sua più grande debolezza. Essa ha frenato l’elaborazione di un progetto strategico comune. Il movimento si è mosso come se fosse l’unico attore in campo, senza pensare che più diventava forte e massivo e più i suoi oppositori avevano bisogno di organizzarsi per disarmarlo, annientarlo, inglobarlo. Il vicolo cieco della postura infrapolitica ha contribuito inoltre a spingere il soggetto collettivo verso un’impasse fino a renderlo politicamente inoffensivo. Il movimento non è riuscito a elaborare un’alternativa politica largamente condivisa e capace di rovesciare il modo di produzione capitalista e le strutture burocratiche che lo sostengono.

Genova 2001 è come Genova anno zero. Dobbiamo quasi ricominciare tutto da capo e confrontarci con una realtà ancora più complessa. La concentrazione delle ricchezze è aumentata così come la povertà, la precarizzazione e il peso delle disuguaglianze economiche e sociali. I diritti acquisiti durante quasi due secoli di lotte operaie si riducono come giaccio al sole; il diritto alla pensione, alla salute, all’educazione, l’accesso ai beni comuni sono costantemente minacciati.

Come se avesse subito un trauma, la sinistra ha disertato la critica della globalizzazione e delle organizzazioni internazionali. Quest’ultima è stata progressivamente fagocitata dalle destre populiste e nazionaliste. Con la pandemia, le libertà pubbliche diventano anch’esse una risorsa rara. La logica della ripresa economica lascia presagire una nuova ondata di privazioni per le popolazioni mondiali. Il mondo postCovid sembra assomigliare terribilmente al vecchio.

L’ecologia è diventata la nuova tendenza, il consumo di nicchia alternativo il nuovo grido; come se si potesse fare del bricolage verde in un modo capitalista; come se la protezione delle risorse naturali e ambientali non fosse, per definizione, antitetica alla logica del profitto, della sovrapproduzione e dell’accumulazione.

La possibilità di riflettere a un sistema di socializzazione delle ricchezze, a una pianificazione della produzione economica che risponda a bisogni essenziali identificati attraverso gli strumenti del dibattito e della democrazia partecipativa, sembra un miraggio. La partecipazione stessa è diventata il prodotto di punta della nuova offerta politica 2.0.

Non ci resta che nutrirci di quella linfa e ricominciare: unirci, discutere, occupare, organizzare, lottare, scioperare, disobbedire, cooperare, autogestire, comunicare. Dobbiamo permettere alle nostre idee di continuare il loro corso, ricostruire un progetto di emancipazione, ricominciare a credere nella nostra capacità di cambiare la storia.

Ieri come oggi, la storia siamo noi anche se si parte dall’anno zero della rivoluzione.

Paola Sedda

Paola Sedda, di Gavoi, cresciuta a Macomer, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna, ha lavorato nel settore della comunicazione e dell’audiovisivo. Nel 2013, ha ottenuto un dottorato di ricerca e deciso di intraprende la carriera universitaria. È attualmente docente e ricercatrice all’Università di Borgogna in Francia. Le sue ricerche la portano a approfondire i temi della critica sociale e del ruolo delle nuove tecnologie nell’evoluzione della mobilizzazione e dell’impegno politico.

Categorie Iniziative

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