Di Loredana Marchi e del Movimento Comunidade
Non partecipo quasi mai ai riti funebri, non vengo quasi mai in questo posto e non perché la morte mi lasci indifferente ma proprio per l’opposto contrario: perché la morte di ogni persona che appartenga a questa comunità, la mia comunità, risveglia in me il sentimento del lutto, di tutti i lutti che piano piano stanno spogliando il nostro piccolo paese, e temo ogni volta di crollare, travolta dalle lacrime di tutti e dalle mie.
Perché il lutto è come un’amputazione: ci manca qualcosa di noi che ci mancherà sempre, e al momento in cui viene a mancarci succede all’anima quello che succede al corpo; la biologia spiega infatti che nel primissimo momento in cui subiamo un trauma fisico, quando qualcosa si spezza o sanguina per una ferita profonda, il corpo sviluppa delle sostanze che anestetizzano il dolore, per darci il tempo di reagire, alzarci, curarci, sopravvivere.
Così alle nostre emozioni succede qualcosa di molto molto simile: quando siamo colpiti da un dolore profondo e improvviso, come quello di oggi, quando sentiamo che ci manca il respiro, sopraggiunge in nostro soccorso la negazione: ci ripetiamo che non può essere vero.
E in questo momento così surreale, in tutto il suo non senso tragico e disperato, l’idea dell’assenza di Annalaura non ci sta in testa, no nos capet in conca, non capet in logu, come continuiamo a ripeterci in questi giorni nei nostri inutili tentativi di consolarci a vicenda, a distanza, senza riuscirci, fra amici e amiche, compagni e compagne di militanza, di esistenza.
E quando il lutto si materializza fra i pensieri sembra farli esplodere per frantumare in mille pezzi il perchè delle nostre vite.
Per cui, perdonateci se oggi non parleremo della morte di Annalaura, ma l’unico pensiero che possiamo sopportare, l’unico che ci permette di respirare, è che in qualche modo lei continui a vivere, perché anche nella visione più laica della vita niente si distrugge e tutto si trasforma.
La nostra amica, che ha smesso di essere il suo tempo a venire, da adesso in poi si trasforma per diventare non solo ricordo passato, ma soprattutto il nostro esempio presente e futuro di quanto valore possa avere un’esistenza vissuta pienamente per diventare la versione migliore di sé, la versione migliore di noi.
Chiunque pensi ad Annalaura può rivedere risplendere il suo sorriso, che davvero era rivoluzionario nel suo essere tanto spontaneo quanto sincero in tempi in cui persino dolore e gioia devono essere presentati o nascosti a comando come qualsiasi altra merce di scambio;
ma soprattutto il sorriso di Annalaura era rivoluzionario perché aveva la stessa identica luce per tutti, totalmente privo dei classismi e dei pregiudizi che vogliono declassare in assurde gerarchie il nostro diritto alla dignità e al rispetto.
Ed è il senso del rispetto, per i suoi ideali, una delle tante cose che vogliamo conservare di Annalaura e per Annalaura: ogni sua scelta privata e personale o pubblica, civica e politica, ci restituisce qualcosa di lei, del suo coraggio e della sua coerenza, della sua generosità nel coltivare l’impegno, l’amore quanto l’amicizia che era sorellanza e stima e capacità di aiuto e ascolto e comprensione immediata e intelligenza viva e ironica, il tutto unito a uno splendido senso di umanità.
Perché l’essere rivoluzione in persone come Annalaura, non è semplice lamento e tormento per quello che del nostro tempo, del nostro mondo non ci piace: la rivoluzione era per Annalaura la gioia di immaginare, creare, determinare un cambiamento positivo fosse solo uscendo fuori dal proprio personalissimo giardino fatto di egoismi per impegnarsi nel volontariato e nella militanza, senza nessuna concessione all’opportunismo, senza indugiare dell’accomodamento, sacrificando spesso il proprio interesse per agire in favore della coerenza coi propri ideali, sempre a vantaggio del bene comune.
E forse anche per questo il sorriso di Annalaura ci scalda il cuore: ci restituisce il senso delle lotte condivise davanti a un microfono a dar voce alla poesia di memorie passate e progetti futuri, o intorno al tavolino di un bar nella nostra paesana Agorà, cullati dalla nostra consapevole appartenenza a una cultura, una comunità fatta di vite che si trasformano senza mai davvero perdersi.
Ci sentivamo, insieme ad Annalaura, come custodi tenaci di radici e innesti, dentro un campo aperto che continueremo a custodire e a coltivare anche per lei, e per chi come lei continua a insegnarci tanto ricordandoci come dobbiamo resistere alla desertificazione del presente.
Il pensiero che non potremmo avere al nostro fianco Annalaura, come è successo in occasione di altri nostri grandi addii, è per Comunidade un lutto profondo e nel lutto, come in nessun altro luogo, non possono esistere gerarchie: esiste solo un tempo diverso, più o meno lungo, e qui davvero troppo breve, per prepararsi, seguito dal tempo che serve perché le ferite più profonde in qualche modo si cicatrizzino, affinché il ricordo faccia da protesi a ciò che ci è stato amputato e il dolore ci lasci respirare quel tanto che ci consenta di andare avanti e lottare anche per chi ci ha lasciati.
E come Annalaura siamo sognatori indomiti e indomabili, e nel nostro sognare immaginiamo che sia possibile tenere in vita la nostra amicizia conservando dentro di noi sempre vivo il pensiero di tutto quanto abbiamo imparato insieme, tutti quello che anche per lei continueremo a portare avanti.
Oggi a Giovanni, a Caterina, a Michele e Giulia, a tutti quanti le hanno voluto bene, prima delle nostre condoglianze va la nostra gratitudine: per tutto l’affetto e l’amore, la saggezza che hanno fino all’ultimo riempito di felicità la vita di Annalaura, per renderla la persona speciale che oggi con così tanta sofferenza salutiamo.
Ciao Annalaura…

