Una buona parte di questa discussione, sia con i miei compagni di gruppo sia con il Sindaco, l’abbiamo affrontata più volte in questo periodo. Ci siamo confrontati sull’aspetto sanitario, in senso ampio, non solo sulla realtà gavoese, e sulle grandi problematiche della sanità nuorese e della sanità sarda oltre che sui temi accennati dalla Vice sindaca riguardanti le attività produttive.
In particolare qualcosa sulla sanità bisogna dircela perché siamo passati attraverso un anno di pandemia, nel quale sembrava si dovessero trovare soluzioni e non lo si è fatto. E nel momento in cui ci aspettavamo di vedere la luce siamo tornati dentro un buio ancora peggiore: abbiamo visto tornare il Covid dentro le nostre famiglie e abbiamo dovuto combatterlo nuovamente. Questo, certo, potrebbe essere il punto normale di recrudescenza di una pandemia ma possiamo anche pensare che un ritorno con tanta sua forza sia dovuto a ampie responsabilità dei livelli più alti di governo. Quindi scopriamo di avere un problema sanitario gigantesco, perché parte dall’U.E., passa per lo Stato, per arrivare alla Regione Sardegna e ricade sui territori in maniera brutale.
Chi di recente ha affrontato periodi di degenza ospedaliera ha esperienza diretta di quali siano i problemi della sanità del territorio. Dobbiamo dirci chiaramente che non se ne può più di sentir parlare e di vedere “gli eroi” in corsia. Sono eroi, in una retorica bellica da rifiutare, perché purtroppo c’è un livello organizzativo (con una estrema carenza di personale) che costringe gli operatori sanitari ad essere degli eroi, ma nel momento in cui devono fare dell’erosimo, il paziente subisce e non riceve dall’eroe il massimo. Perché gli eroi e i super eroi non esistono, perché quell’eroe non dorme, non riposa , perché sta combattendo anziché lavorare normalmente, perché magari deve fare la notte in un reparto dove ci sono un medico, un infermiere e due OSS per 40 pazienti!
Tutto questo si amplifica se guardiamo al Distretto Sanitario del Nuorese, al discorso vaccini etc. A volte ci guardiamo intorno, appena oltre i confini del nostro territorio e vediamo che per es. al Distretto Sanitario di Sorgono sono andati molto più veloci con i vaccini, così siamo contenti per loro e preoccupati per noi… ma poi leggiamo nel giornale di oggi che nel Distretto Sanitario di Sorgono si stanno ancora una volta ribellando e che prosegue la lotta per le carenze dell’ospedale di Sorgono e quindi… Tenimus asiu! Semus in totube male!
Il problema dei vaccini poi, in Sardegna, sta esplodendo in modo eclatante, per la solita miopia italiana nei confronti dell’isola certo ma anche per una enorme inadeguatezza dell’esecutivo regionale… che, per inciso, nomina i vertici dei Distretti… e sicuramente ne stiamo pagando le conseguenze più noi che altri territori.
Adesso il Sindaco con il suo intervento ha dato una speranza rispetto alla attivazione di altri hub territoriali e rispetto a un ascolto degli enti locali rispetto alle priorità delle vaccinazioni. Io spero che questo sia possibile, perché la situazione è drammatica e se queste vaccinazioni non arriveranno vedremo nuovamente i nostri concittadini più fragili e vulnerabili in sofferenza, le nostre attività in sofferenza… Perché finché non si vaccina davvero non è passata… adesso noi ci rilassiamo un pochino, abbiamo solamente 5 positivi, poi 0, magari anche per un bel po’ di tempo Ma non ch’est colada, comente non che udi colada s’annu passau! E no s’est torrada a murros! L’autodisciplina è la cosa primaria in una comunità e solo attraverso questa e le ovvie vaccinazioni ne usciamo. Non è possibile, come ha detto anche il Sindaco, viaggiare solo attraverso ordinanze severe… siamo sotto ferrea disciplina da quando è iniziata questa pandemia!
Non possiamo nasconderci la particolarità del momento e la problematica riguardante le libertà che stiamo vivendo: signori “coprifuoco” est una paragula del gherra! Semus usande paragulas de gherra! Semus ponende militares pro distribuire sos vaccinos a sa zente! Roba chi non si podet intendere! Stiamo vivendo esperienze al limite dello Stato Democratico… e sarà anche necessario per la tutela della salute ma questo è un problema da affrontare perché le persone sono private della libertà e questo non sarà esente da conseguenze.
Poi, evidentemente, dobbiamo passare alla questione aziende: quando abbiamo scritto quella lettera, inviata via PEC all’esecutivo sulla questione riaperture, suolo pubblico e prospettive oltre l’emergenza non neghiamo che non l’avremo mai voluta scrivere. Mai avremmo pensato che dopo un anno si sarebbe riproposta la stessa identica situazione già affrontata nel 2020 dalla amministrazione di Comunidade!
E quindi abbiamo voluto raccontare l’esperienza che abbiamo avuto, proprio per dire che le cose vanno fatte per tempo perché altrimenti si rischia di arrivare lunghi e purtroppo le azioni non si compiono in un momento, ma vanno preparate e studiate. In Sardegna oggi siamo ancora in zona rossa. Se così non fosse noi al 26 aprile avremmo dovuto consentire ai locali di aprire solo degli spazi all’esterno e, evidentemente, non saremo stati pronti… Adesso diventeremo probabilmente zona arancione e quindi per un paio di settimane questo problema non ce l’avremo, però dobbiamo accelerare… e mi spiego con un aneddoto: quando l’anno scorso iniziammo a rapportarci con l’Anas per concedere gli spazi ai locali in via Roma, si fece la mappatura, si sviluppò il discorso sulla sicurezza, etc, ma finito l’iter ci arrivò l’autorizzazione a cambiare la disciplina del traffico… peccato che fosse l’autorizzazione per il comune di Assemini se non sbaglio! Quindi ecco perché dico che bisogna affrettarsi, fare le cose bene e per tempo, perché un errore qualunque anche di un altro ente coinvolto stoppa tutto il percorso! Quindi prima ci muoviamo, prima diamo la possibilità ai locali di aprire e organizzarsi.
Non possiamo certo però prescindere dal commentare tutte queste normative spesso assolutamente irrazionali soprattutto per i piccoli paesi, per i paesi montani, per le zone rurali. Le associazioni dei comuni rurali e dei piccoli comuni montani hanno sollevato inascoltate il problema: è assurdo calare regole proprie di realtà metropolitane in piccoli comuni come i nostri. Credo sia evidente per tutti che in d’unu zilleri de Gavoi intrant deghe pessones in d’unu manzanu ma in zona gialla qui non puoi nemmeno andare a prendere un caffè al banco! Non siamo in una situazione metropolitana nella quale con facilità si possono creare assembramenti di ogni genere. Non ci sono paragoni rispetto alla densità di popolazione e allo stile di vita. Calare questo tipo di normative su un piccolo comune montano è assurdo! E poi ci dicono “Potete mettere i tavoli all’esterno per la cena” ma a maggio, e forse nemmeno a giugno in montagna la sera le condizioni climatiche spesso non permettono di consumare all’esterno, quindi che concessione è?
C’è una cecità e un tagliare la realtà a fette grosse a partire dal livello centrale per ricadere sulla periferia del regno. Quindi bisogna inventarsi cose per superare anche la cecità di questo governo centrale perché certe direttive in ambito rurale rischiano di essere vissute come vessatorie. Senza contare poi quei locali che non hanno nessuno spazio all’esterno e non hanno la possibilità di averne e così sono discriminati dalla norma stessa.
E si daranno loro magari altri ristori, perché certo i ristori vanno bene, sono indispensabili, ma il vero ristoro è restituire la dignità del lavoro alle persone, agli imprenditori e ai loro dipendenti.
Ca cando non si traballat b’est suferensia e custa a pustis torrat a intro de domo e faghet naschire milli cosas chi amus a depere affrontare pro annos! Parlo di ricadute della pandemia e dell’isolamento personale a livello psicologico, sociale, educativo, temi dei quali tanti esperiti oggi dibattono… e pro custu nois amus chertziu dare sa disponibilidade nostra e porrire sa manu… ca in d’una casione commente sa chi semus bibende, non solu in bidda, depimus essere prontos a buscare paris solutziones chi andent bene pro totus!
Quando abbiamo scritto quella lettera, dunque, non abbiamo pensato che quella messa in atto fosse la soluzione migliore a prescindere, ma che fosse un’esperienza utile da cui partire. Siamo consapevoli che ci sono tante criticità legate al senso unico ad esempio, a partire dall’aumentata circolazione veicolare in altre vie. Oltre alle nostre abitudini sbagliate come quella di voler utilizzare l’auto in ogni occasione.
Sapevamo insomma che questa pandemia ci avrebbe lasciato il segno ma non pensavamo mai di ritrovarcela anche quest’estate. Siamo comunque persuasi che sarà un’estate diversa perché ci sono anche i vaccini, molti sono guariti dal virus, ma sarà comunque difficile; quindi dobbiamo, per quanto possibile fare le giuste mosse per alleviare il disagio delle imprese e dei cittadini che hanno bisogno di socialità e servizi. Le riaperture con queste modalità poste dal ministero genereranno certo un disagio ulteriore che però abbiamo già sperimentato si può sopportare per un bene comune. Bisogna, infatti, dire che durante l’esperienza precedente c’è stata anche grande disponibilità e spirito di comunità da parte di operatori, esercenti e cittadini perché tutti hanno capito che i locali senza quelle autorizzazioni non avrebbero potuto lavorare e non dico guadagnare ma sopravvivere. Crediamo quindi che sia necessario mettere in campo tutte le energie per ricominciare a lavorare ma anche a vederci fuori dagli schermi, riattivare economia, turismo e socialità.
Anche se conosciamo i gravi problemi che sorgono nell’affrontare una pandemia bisogna trovare anche il tempo e lo spazio per progetti che ci consentano di rincontrarci nello sport, nella cultura nella bellezza… anche questo in un momento così complicato è indispensabile…




