COMUNIDADE 20-25

Borghi, Sardegna rurale, città e campagna, costruzione e autodeterminazione del nostro futuro: abbiamo elaborato un pensiero autonomo, autoctono e aperto agli spunti e agli studi dal mondo, frutto di elaborazione e argomentazione collettiva e comunitaria, sviluppato fra coloro e da coloro che vivono la comunità…

Ripartire dal 2020 – FARE Comunidade

L’utopia possibile: bìddas, borghi e comunità resistenti

Da tempo studi maturati in vari ambiti ci avevano avvertito che alcune caratteristiche di questo sviluppo – la globalizzazione e l’estrema concentrazione dell’umanità nei centri urbani – avrebbero favorito le pandemie, la devastazione della natura e altri processi pericolosi per lo stare al mondo.

Nei primi anni 2000 i movimenti lottavano per Un Altro Mondo Possibile, egalitario, giusto, consapevole, umano. La repressione fece allora la sua parte e molti motti di protesta e progetti innovativi di democrazia furono ricacciati in una illusoria piazza virtuale facilmente controllabile.

Oggi è necessario ripensare, con sguardo innovativo ma ben collocato nel reale, al riscatto delle piccole comunità rurali, alla valorizzazione delle culture, alla partecipazione dal basso alternativa alla mediazione dei partiti, alla scelta politica e esistenziale comunitarista. La cultura sarda-nuragica – ricordava, infatti, Eliseo Spiga in un convegno gavoese – era profondamente anti-urbana. Noi sardi non fondammo città (lo fecero poi i tanti colonizzatori sopraggiunti) ma una fitta rete di villaggi interconnessi che, beghe di campanile neutralizzabili a parte, sapevano muoversi all’unisono verso il mondo.

Oggi sentiamo tornare il vento dei paesi.

La problematicità dell’insediamento urbano, delle megalopoli, dell’effetto ciambella fra comuni rivieraschi e centro (e del turismo di massa sulle coste) è esplosa nel modo peggiore. La pandemia, la quarantena delle persone rinchiuse nei palazzi o impegnate in lunghe file fuori dai centri commerciali ci hanno mostrato scenari che dai paesi abbiamo visto sfumati (benché spaventosi) e ai quali abbiamo riflettuto, mentre andavamo a passo lento verso l’orto piuttosto che a badare a piccole fattorie familiari, a fare la spesa a sa bùtega o mentre sfogliavamo un libro nel nostro cortile abadiande a Gennargentu. Un’altra quarantena, infatti, è stata possibile.

“Il rapporto tra città e campagna: ecco qualcosa che la pandemia avrà il potere di mutare radicalmente”.

Sta a noi de sas bìddas, al nostro esempio, evidenziare le contraddizioni della città come centro del potere, come centro dell’economia. Sta a noi favorirne il ripensamento per il bene stesso della città e dei paesi.

Da questo rapporto dialettico passa la lotta contro lo spopolamento.

La pandemia potrebbe averci insegnato a diventare partecipanti migliori alla realtà. A questo sistema i borghi rurali e il cuore dell’isola possono essere alternativi attraverso un processo infinito di emancipazione.

Sta a noi de sas bìddas decidere di usufruire delle botteghe di vicinato, degli operatori economici dei paesi, favorendo il contatto diretto e personale, la vitalità, la restanza o la nuova cittadinanza in questi paesi. Sta a noi favorire percorsi di disintossicazione dalla spersonalizzazione dei centri commerciali, non luoghi per eccellenza.

È necessario invertire la rotta di questo sviluppo che non è progresso umano: retrocedere rispetto alle megalopoli, al consumo del suolo, alla distruzione della biodiversità e della diversità culturale. Serve immaginare un mondo nuovo. E non è vero che è tutto da costruire: una nuova forma di convivenza è già da tempo progetto. Un progetto de sas bìddas che spesso è stato sconfitto dai disegni calati dall’alto di devastante rinascita industrialista e dalla reazione muscolare dei partitocrati e dei poltronisti di città che ai paesi tagliano la rappresentanza.

Ma è un progetto che resiste e che (in Sardegna e in altri mondi) ha vulcani attivi nei piccoli comuni e nelle amministrazioni, come quella a cui ha dato vita Comunidade, affrancate dalle segreterie partitiche, ma non dai valori profondi della politica.

La proposta avanzata da Anci Sardegna nel febbraio scorso “La primavera dei Paesi” Legge Quadro per il progresso, la tutela, la valorizzazione dei paesi e delle comunità, delle aree interne e rurali. Azioni di salvaguardia del pastoralismo e del sistema agropastorale della Sardegna è un’ottima traccia su cui confrontarsi e, mentre affrontiamo la pandemia, acquista ancora maggior senso e urgenza di essere approfondita.

Quel progetto de sas bìddas, quindi, non ha bisogno di archeologi, per essere riscoperto, ma di cittadini sardi attivi che riescano ad abbandonare la propria identità individuale per sposare identità collettive e guardino verso nuove alternative realizzabili.

Mentre i soloni dei convegni sullo spopolamento delle zone interne sono inesorabilmente residenti a Cagliari, a Sassari, a Milano o in seconde-terze-quarte case marittime, noi di Comunidade un nuovo mondo stiamo provando a costruirlo, con scelte esistenziali e politiche, con il nostro essere, stare e resistere in Barbagia.

Si tratta, dunque, di scegliere, con la vita di paese, la pratica di un progetto di rinascita personale e sociale, una rivoluzione permanente verso una comunità libera e aperta all’incontro con gli altri e alla costruzione di sempre più ampi spazi di solidarietà, di legami. Urge “legarsi alla montagna” come proponeva già l’8 settembre ’81 l’artista Maria Lai.

Per tornare pratici, il lavoro agile di questi tempi, lo smart working, su traballu dae domo, ha dato e dà una mano a molti a rivivere e rivitalizzare il paese. Per le piccole comunità potrebbe essere una delle vie abitative e produttive, in risposta all’aggressione dello spopolamento.

Se riscatto deve essere per il mondo rurale, se progresso deve essere per queste comunità, deve nascere da una confederazione dei villaggi (abbiamo contribuito a farne crescere i semi: le Unioni dei Comuni, i Gal, i consorzi, i distretti…). Una comunità di comunità, un Comune di Comuni.

E allora potremmo addentrarci davvero nell’alternativa-paese (per la quale Gavoi è e rimane esempio di buona prassi) per la vita, per il lavoro, per la produzione compatibile con le realtà naturali e culturali e, perché no, anche per il turismo. Perché anche un altro turismo è possibile e in questi mesi difficili, dopo la quarantena, i borghi montani della Barbagia e Gavoi lo hanno dimostrato. Un turismo agito da noi, promosso, goduto, un turismo rurale che rispetti e comprenda i luoghi e le genti, un turismo degli spazi ampi, dello sport, della natura, della cultura, della storia, della pietra e del sole, dei boschi, un turismo di accoglienza in sicurezza. Le nostre strutture (ricettive, gastronomiche, museali, monumentali) d’altronde, non sono parte di una monotona catena da turismo di massa, ma sono LUOGHI, tutti diversi, gestite da persone con esperienze uniche.

I viaggiatori che prediligono luoghi poco frequentati, tranquillità e contatto con la natura sono e devono essere l’obiettivo della nostra promozione costante e possono diventare un toccasana economico per le aree rurali.

L’afflusso importante di viaggiatori e turisti consapevoli in quest’estate appena trascorsa ci deve dare forza rispetto alle scelte lungimiranti del territorio.

I nostri paesi sono, possono offrire e offrono tutto questo: natura, spazi, sport, eventi, cultura, strutture adeguate, servizi, tranquillità e comunità accoglienti.

Alcune case nei centri storici si riempiono di nuovi cittadini e ci sono piccoli cenni di aumento dei residenti di ritorno.

Sta a noi che viviamo la comunità ogni giorno disegnarne e autodeterminarne il futuro.

Questo è FARE Comunidade!

search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close